Svalutazione delle azioni della Banca Popolare di Bari. Danni in vista per i risparmiatori orvietani?

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Desta preoccupazione in centinaia di risparmiatori orvietani la decisione assunta dalla Banca Popolare di Bari di svalutare di oltre il 20 % le proprie azioni. La Popolare di Bari, socio di maggioranza della Cassa di Risparmio di Orvieto le cui quote di minoranza sono detenute dalla fondazione Cassa di Risparmio, ha proceduto a questa svalutazione a fine aprile in conseguenza del recente provvedimento del Governo che impone la trasformazione in società per azioni delle banche popolari. Questa novità sta spingendo le popolari a rivedere il valore delle proprie azioni per adeguarle ai reali valori di mercato, dal momento che, da ora in avanti, dovranno confrontarsi con esso, uscendo da quella impostazione che le aveva storicamente ispirate, improntato al mutualismo cooperativo e alla particolare attenzione rivolte ai soci e all’economia dei territori di riferimento. L’adeguamento delle azioni ai valori di mercato ha comportato una svalutazione del prezzo di ogni singola azione dagli originari 9,53 euro a 7,50 euro. Ciò significa che coloro i quali hanno comprato le azioni della Popolare di Bari per tramite degli sportelli della Cassa di risparmio di Orvieto, adesso si trovano un valore del proprio investimento fortemente abbattuto. Si tratta di una perdita virtuale che diventerebbe reale solo nel caso in cui i risparmiatori dovessero procedere alla venduta, realizzando una plusvalenza.Tutto ciò non basta a tranquillizzare gli animi, al punto che si è costituito un comitato di risparmiatori di Orvieto, Viterbo e Terni per iniziativa di Fabio Giovannella, Giovanni Cocucci, Luigi Ianni e Paolo Moretti. Lo stesso comitato ricostruisce così le modalità con le quali la banca ha collocato il titolo:”Il pacchetto posti in vendita era composto per il 60% da quote di capitale sociale e per il 40 % da obbligazioni subordinate da acquisire congiuntamente. Il rendimento medio del tutto non era speculativo-dicono- riteniamo che la vendita sia stata fatta soprattutto su base reputazionale. Se fosse stato esplicitato con chiarezza che si trattava di investimento a rischio e trattato solo su mercato secondario per cassettisti, con accesso a possibili servizi di cui quasi nessuno aveva necessità la vendita avrebbe avuto meno successo” affermano i risparmiatori che poi ricostruiscono anche le modalità seguite dalla banca per vendere loro le quote e le obbligazioni. “I funzionari della banca ci hanno riferito che con la vendita straordinaria del mese di marzo. Si trattava di 20 milioni di euro per l’ingresso di un nuovo socio assicurativo. Si sono esaudite le richieste solo fino a tutto giugno 2015 questo supponendo che il criterio di evasione sia l’anzianità della domanda, come sarebbe corretto. Questo socio assicurativo deve acquisire ancora capitale sociale? se sì di che importo e quando? ci piacerebbe anche avere una risposta sul possibile impiego di alcune decine di milioni di euro destinati all’atto della vendita a rendere più liquide le transazioni”.

QUEI DUBBI SULLA FONDAZIONE CRO

Ad essere svalutate sono adesso anche le quote di minoranza in mano alla fondazione Cro, presieduta da Vincenzo Fumi che sono pari al 26 % del capitale della banca. Ai vertici della fondazione ci sarebbe chi preme per cedere quelle quote e chi rema nella direzione opposta, ma la vera questione è legata al prezzo che la fondazione potrebbe incassare nel caso di cessione dal momento che la stessa fondazione ha rinunciato per motivi non conosciuti ad esercitare nel 2010 una opzione di recesso che era stata inserita nel contratto con la quale la Popolare di Bari rilevò inizialmente il controllo della banca orvietana. Quell’opzione costringeva la Popolare di Bari a comprare il 26 % delle quote detenute dalla fondazione ad un prezzo fisso che all’epoca, nel 2010, erano iscritte a bilancio per un valore di 39 milioni di euro.Nel 2010 la fondazione decise di non avvalersi di questa norma a propria tutela la cui validità decade nel 2017. Per convincere la fondazione a rinunciare all’opzione, i manager della banca pugliese misero per iscritto il loro futuro impegno a sostenere la fondazione nel trovare un altro acquirenti nel caso in cui la fondazione stessa avesse in seguito deciso di collocare sul mercato le proprie quote. Adesso quell’operazione di cessione potrebbe anche concretizzarsi (con l’opposizione del sindacato dei bancari), ma la garanzia di incassare la bella cifra di 39 milioni non esiste più mentre esiste il rischio che, dopo le azioni, possa essere svalutata anche la residua quota di capitale bancario che è ancora rimasta in mani orvietane.

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